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Nata alla 26° settimana di gestazione, del peso di 484 gr: ero sicura che sarebbe morta. Andavo a vederla ogni giorno, ma per mezz’ora al massimo, e ogni giorno mi aspettavo la brutta notizia. Stavo lì per dovere, perché una madre deve necessariamente vegliare la figlia malata. Dopo una settimana ero arrivata quasi a sperare che morisse presto. Oggi Anna ha 20 mesi, pesa 6800 gr., dice “mamma”, “papà”, “lecca-lecca” e “palla”, sta imparando a camminare, le è spuntato il primo dentino ed è viva! E io vivo per la sua vita. L’esperienza di una figlia alto-prematura è stata per me distorcente nei confronti di ogni schema, di ogni schema, di ogni certezza; tutto si era ribaltato e il senso di colpa mi camminava sotto la pelle e dentro la testa. Non ero stata capace di fare quello che tutte le altre donne fanno; non ero una buona madre; a causa mia forse Anna sarebbe rimasta ritardata o non avrebbe mai camminato o chissà quali altre sciagure. E quel posto, la terapia intensiva neonatale, dove Anna è rimasta ricoverata per 144 giorni, quant’era orribile e inadatto. Nulla era come lo avevo immaginato e questo mi disorientava al punto da sperare che finisse presto, anche nel peggiore dei modi.
Dopo 37 giorni dalla nascita di Anna, per la prima volta, mi fu concesso di abbracciarla grazie alla marsupio-terapia e finalmente ebbi il coraggio di correre il rischio, di credere che prima o poi anche a me e ad Anna sarebbe stata possibile una vita normale, notti in bianco, poppate e pannolini, le sue manine strette a me e mostrarla a tutti come il trofeo di una meravigliosa vittoria. Da quel momento non fu tutto facile, ma fu tutto “nostro”, fu un cercarsi reciproco verso l’intimità di cui brutalmente l’esistenza ci aveva private. Anna sviluppò una bronco-displasia che la tenne dipendente dall’ossigeno per otto mesi, la retinopatia del prematuro e diverse infezioni: siamo stati molto fortunati, perché in quei 144 giorni, ho visto un sufficiente numero di neonati interrompere la loro vita con la stessa urgenza con cui l’avevano intrapresa. Del giorno in cui mia figlia è stata dimessa dall’ospedale, ricordo ogni momento e, per me, quello è il suo compleanno, la sua venuta al mondo, un mondo che mi sento di affermare le piace proprio tanto, perché ha combattuto fino allo stremo per guadagnarselo, e perché i suoi occhi hanno sempre un sorriso per ogni gesto, per ogni suono, per ogni gioco.


12 Ottobre 2009 - Giusy